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Gli americani hanno inventato lo spray nasale contro la depressione

Uno spray a base di ketamina, in grado di migliorare subito l'umore. Purtroppo, l'effetto non è duraturo. Il rischio dipendenza

Uno spray alla ketamina contro la depressione. Ventotto milligrammi di una singola dose da inalare nei casi di depressione grave resistente agli psicofarmaci. E' la prima vera novità terapeutica per la depressione dopo 33 anni di stallo, ossia dall’avvento del Prozac.

Ma la ketamina non è una droga? In medicina viene usata come anestetico ma di fatto è un allucinogeno che provoca stati psichedelici, allucinazioni ed euforia. Da tempo viene studiata proprio per la sua azione potente sul tono dell’umore. Potente e veloce. Mentre gli antidepressivi impiegano settimane, la ketamina agisce subito. Non sulla serotonina (il target principale degli antidepressivi) ma su un altro neurotrasmettitore, il glutammato. Il problema è il rischio di dipendenza patologica. E il suo effetto sul cervello, meravigliosamente immediato, scompare rapidamente.
Le sue potenzialità sono però così promettenti che, dopo i test su sicurezza ed efficacia, la Janssen Pharmaceutical company ha ora presentato domanda per commercializzare il primo spray alla ketamina. E due panel indipendenti di specialisti si sono espressi a favore del via libera: i benefici, tra cui la prevenzione del suicidio, sarebbero superiori ai rischi per i pazienti che non rispondono alle cure.
La ketamina, del resto, non è l’unica molecola psichedelica su cui si sta orientando la ricerca di nuovi trattamenti. Lauren Slaten, psichiatra americana soggetta a fasi di «up e down» (il disturbo bipolare) e che ha sperimentato su di se', sotto controllo medico, trattamenti a base di sostanze psichedeliche, si dice convinta che il futuro della psichiatria sarà in piccoli francobolli lisergici e in dosi calibrate di psilocibina, ovvero il principio attivo dei funghi allucinogeni.

L’idea è di mettere a punto una molecola che abbia lo stesso effetto della droga o dei funghi allucinogeni, ma prolungato nel tempo e che non dia assuefazione. E che non porti con se' gli effetti collaterali degli antidepressivi. Nel frattempo, riporta il New York Times, alcune cliniche americane offrono iniezioni in vena di ketamina anti disperazione (3 mila dollari al trattamento, che può durare giorni o settimane): i pazienti ne riportano benefici rapidi, se pur non duraturi.

Presto per dire se la salvezza sarà davvero in uno spray (se tutto va bene, da noi potrebbe arrivare nel 2020). La sofferenza psichica è qualcosa di complesso e magmatico, irrisolvibile con un approccio semplicistico. «Intanto chiariamo che cosa non è. Non è tristezza o demoralizzazione. E non è una condizione omogenea» avverte Claudio Mencacci, psichiatra e presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia. «C’è una forma sottosoglia, una forma lieve/moderata, e una grave, in base all’intensità dei sintomi, su una scala da zero a 10. La depressione grave è 10».
Anche sul perchè, a un certo punto, il mal di vivere prende in ostaggio alcuni di noi, mentre altri sembrano immuni, non tutto è chiaro.

«Nella genesi della depressione intervengono fattori genetici, biologici, psicologici e sociali. La familiarità pesa per un terzo, potremmo dire, il resto è legato all’interazione fra geni e l’ambiente. Non è mai causata da un singolo evento, ma sempre interagisce con una vulnerabilità individuale» spiega Mencacci, autore fra l’altro del recente Viaggio nella depressione (Franco Angeli). Nel suo studio milanese, Mencacci osserva un aumento del 20 per cento di casi negli ultimi dieci anni. «Non solo nelle donne, la fascia più colpita, ma anche nei giovani, dove i disturbi d’ansia diventano spesso depressione».

Depressione e stress, del resto, innescano gli stessi cambiamenti biochimici, inducendo l’organismo a rilasciare cortisolo. Ormone che, nel breve periodo, è bene che faccia suo lavoro, ossia aumentare la vigilanza di fronte a un pericolo percepito. Ma il suo rilascio cronico è devastante: peggiora sonno, appetito, energia, tono dell’umore, tutti i sintomi di chi è depresso.

Gli psicofarmaci fanno quello che possono, e lo sanno gli stessi psichiatri. «Non sappiamo perchè funzionano e su chi funzioneranno» ammette Barbui. «Aumentano la trasmissione della serotonina, e da questa osservazione si è tratta l’idea che il depresso ne ha poca. Ma è un’interpretazione semplicistica, la situazione è molto più complessa di così. I dati clinici dicono che se trattiamo 100 persone con gli antidepressivi, un po’ meno di due terzi starà meglio; ma sappiamo anche che di questi due terzi, un terzo sarebbe stato meglio anche con un placebo».
I farmaci vanno destinati alle forme di depressione medio-grave, dove i benefici attesi sono superiori agli effetti collaterali. E quando la prima crisi è passata, continuare a prenderli per uno o due anni riduce il rischio (elevato) di ricaduta. Nelle forme lievi è più indicata la psicoterapia. Ma l’antico dilemma farmaci contro psicoterapia/psicoanalisi (neurochem or neurochat, dicono gli americani, neurochimica o neurochiacchiera) non più molto senso, riflette Barbui: «C’è una componente che si può aggredire con i farmaci e un’altra su cui agire con un percorso psicoterapeutico».
Nel suo ultimo saggio La mente alterata (Cortina, 2018) Kandel sostiene che l’interazione fra terapeuta e paziente modifica la biologia del cervello: «L’apprendimento porta a cambiamenti anatomici persistenti nelle connessioni fra i neuroni. E la psicoterapia, dopo tutto, è una forma di apprendimento». Chi soffre di depressione è come una macchina con il motore ingolfato. Gli antidepressivi possono farlo ripartire. Ma chi è al volante poi deve sapere dove andare, e farlo in una direzione che lo porti oltre la strada senza uscita dove si era smarrito.

I batteri nella pancia che parlano al cervello

Cosa c’entrano i batteri che vivono nel nostro organismo con la depressione? Parecchio, a quanto pare.
Alcune ricerche condotte su ampi gruppi di popolazioni europee (apparse su Science) hanno scoperto che nello stomaco dei depressi mancano alcune specie di batteri in grado di influenzare le funzioni cellulari, e forse anche il tono dell’umore. Alcuni batteri, poi, producono direttamente neurotrasmettitori. «E' l’ennesima conferma di quanto sia stretta la connessione microbioma-cervello» ha detto John Cryan, neuroscienziato alla University College Cork, in Irlanda. Il passo successivo (ma sono già in corso studi clinici) sarà verificare se l’impiego di sostanze probiotiche, che modificano il microbioma intestinale, potrà avere un impatto positivo sull’ansia e la depressione.

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